Neri su MPS: il cambio di passo è ancora lontano

Chiudere il bilancio 2012 con una perdita di oltre 3 miliardi di euro non può certo essere considerato un risultato lusinghiero.

Mi riservo di approfondire le varie voci del bilancio, ma intanto in base alle prime indicazioni comunicate dall’amministratore delegato Viola non si riescono proprio a vedere i risultati dell’azione del nuovo management del Monte dei Paschi. Il tanto atteso e sperato cambio di passo nell’operatività della banca pare un traguardo ancora lontano.

Il presidente Profumo ha parlato di un prima e di un dopo il 27 aprile 2012 e proprio sul ‘dopo’ mi voglio soffermare. In quest’ultimo anno sono stati chiesti sacrifici ai dipendenti della banca, abbiamo assistito a esternalizzazioni, tagli e all’arroganza di manager che non perdono occasione per attaccare un presunto localismo della città che sbarrerebbe la strada al rilancio di Mps.

Eppure di fronte a una continua richiesta di sacrifici a chi questa banca l’ha costruita nei secoli, la tanto sbandierata ‘nuova gestione’ di Rocca Salimbeni chiude il bilancio con una perdita di oltre 3 miliardi di euro. Sinceramente i correntisti si aspettavano di più dopo aver sentito ripetere per mesi che la banca sarebbe tornata presto a distribuire utili.

E’ evidente che al primo vero appuntamento sui risultati, il nuovo management di Mps non può certo pensare di passare l’esame con la solita giustificazione di addossare tutte le colpe sulle passate gestioni. Per noi la discontinuità significa un recupero dell’operatività della banca, non una rottura del legame con la città di Siena che pare l’unico vero obiettivo dei manager di Rocca Salimbeni.

Eugenio Neri

Occorre una piena legittimazione della governance dell’Università di Siena

Ho letto con molta attenzione l’articolo di alcuni giorni fa di Eugenio Neri e della coalizione che lo sostiene sulla situazione economico finanziaria dell’Università di Siena alla luce delle recenti valutazioni della Corte dei Conti e ne ho apprezzato il taglio serio e competente. In merito, però, vorrei sottoporre al lettore un quadro esemplificativo dal punto di vista politico di ciò che sta accadendo e che probabilmente accadrà. I dati dimostrano che la gestione amministrativa dell’Università non ha efficacemente perseguito un necessario risanamento.

Questa mancanza rischia di creare le condizioni di un risanamento particolarmente rigido e pregiudizievole per le categorie più deboli dei lavoratori, attribuendo la responsabilità non anche agli attuali vertici dell’ateneo, ma alle imposizioni ministeriali. Di fatto chi ha contribuito all’aggravamento di una disastrosa situazione economico-finanziaria ereditata, dovrebbe gestire momenti drammatici ed al contempo potrebbe imputare ad altri le responsabilità.

E’ normale e giusto tutto questo? Non sarebbe meglio assumersi le proprie responsabilità e trarne le conseguenze?

Un atto di coraggio sarebbe particolarmente opportuno anche alla luce delle ultime vicende giudiziarie sulle elezioni del Rettore, se non altro per dare piena legittimazione alla governance dell’Ateneo e permettere all’istituzione di ripartire con nuovo slancio.

Massimo Bandini

SERVE UN CLIMA DI RICONCILIAZIONE CIVICA

Le recenti elezioni politiche hanno evidenziato il declino e la prossima archiviazione dei partiti del ’900, di quel secolo delle ideologie e dei furori che tante speranze e tanti orrori avevano generato.

Movimenti e partiti, figli della rivoluzione francese, incapaci, per spocchia ideologica, a coniugare socialmente il valore della fraternità avevano trasformato in tragica farsa anche i valori di libertà ed uguaglianza.

Il loro essere estranei ai valori di fraternità, ha impedito loro di accettare le differenze come una ricchezza che non configge con l’eguaglianza, spingendoli invece a costruire regimi, a volte totalitari, basati sull’omologazione ideologica, privi di autentica libertà ed implacabili nei confronti del diverso.

Con il nazionalismo ideologico, posto a base di ogni totalitarismo, è stata sostituita la fazione alla nazione che in quanto comunità è necessariamente plurale, fatta di identità e storie differenti e dialoganti con gli altri.

La supponenza di chi crede di appartenere alla parte migliore della società è la caricatura di chi ancora pone la fazione al posto della nazione.

In tale contesto il partito cessa di essere momento organizzativo per diventare struttura autoreferenziale, introducendo logiche oligarchiche che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale che, nel migliore dei casi, resta comunque subordinato.

Anche la nostra città è stata vittima di queste logiche estranee agli interessi della comunità e lo stato di crisi e di dissesto di tutte le istituzioni cittadine ne è purtroppo la dolorosa conseguenza.

Ciononostante la lezione non è stata compresa sino in fondo se c’è ancora chi si attarda baloccandosi con teoremi, quali quelli di un sindaco della società civile di centrosinistra.

Considerato che se fosse di centrodestra non farebbe differenza alcuna, non si capisce se la specifica partitica debba riferirsi al sindaco o alla società civile, ma è evidente che si tratta di un orpello inutile o truffaldino, perché ad oggi quel che si rende necessario è un sindaco onesto, coraggioso e capace, in grado di promuovere il bene comune per l’intera città alla quale unica deve rendere conto dei propri comportamenti e non a qualche struttura di partito, comunale, provinciale, regionale o nazionale che essa sia.

Serve pertanto un clima di riconciliazione civica che metta definitivamente alle spalle un’epoca di veleni e di divisioni che ha caratterizzato la città negli ultimi decenni.

Un clima di patriottismo civico che spinga a mettersi al servizio della città con progetti che guardino al futuro e grazie al quale le alleanze si stringano intorno ad un’idea di città e di sviluppo e ad un sindaco che si renda personalmente garante della rinascita di una intera comunità.

Un clima dove le diverse appartenenze di origine costituiscano non più motivo di divisione, ma ricchezza di esperienze e sensibilità da mettere a comune, capace di fecondare la storia e dare luogo ad una nuova narrazione.

Agostino Milani – MOVIMENTO CIVICO SENESE

UNIAMOCI IN UNO SCATTO D’ORGOGLIO

Ripartire da un progetto civico sotto la guida di una persona, Eugenio Neri, che incarna tutte le caratteristiche per il necessario rilancio della città all’insegna della trasparenza, dell’etica e della competenza.

Ci uniamo all’appello di Eugenio Neri invitando tutte le persone di buona volontà ad uno scatto d’orgoglio e ad un impegno diretto perché la ‘Siena ferita’ possa tornare ad essere la città del Buongoverno, quella in cui tutti i cittadini possano sentirsi parte dell’istituzione e  possano contribuire alla sua difesa con nuovo slancio.

Molti di noi hanno profuso un vero impegno civico già a partire dal 2006 prevedendo, spesso inascoltati, la crisi e la decadenza delle principali istituzioni cittadine.

Non è però questo il momento delle rivendicazioni di primogeniture né quello delle divisioni e tantomeno delle furbizie.

E’ giunto, invece, il tempo nel quale occorre ripartire dall’impegno delle energie positive della città, latenti ma sempre vive, e dal superamento di anacronistiche barriere ideologiche o di vecchie appartenenze per unirci intorno ad Eugenio Neri che, per vissuto e caratteristiche personali, rappresenta quella figura di garanzia di cui Siena ha bisogno.

Siena ha bisogno di guardare con serenità al futuro, un futuro che la riaffermi come città cosmopolita, virtuosa e solidale, esempio per tutti di ingegnosità e di cultura.

Pensiamo alla Siena che era ed alla Siena che vogliamo per i nostri figli ed i nostri nipoti e stringiamoci con umiltà, positività, libertà ed onestà intellettuale attorno ad Eugenio Neri.

Movimento Civico Senese

Strategie piddine tra presunto cambiamento e voglia di ricompattarsi

Su tutti i media oggi si rincorrono le voci in merito ai nomi che il PD Senesota ha individuato democraticamente quali papabili candidati a Sindaco.

Una cosa è certa, non ci saranno “secondarie”, il D’Onofrio pur arrivato sul podio alle primarie non verrà premiato, e, di nuovo, in pochi, decideranno per tutti, e, quasi sicuramente, in maniera diversa dalla volontà espressa dagli iscritti nelle assemblee dei circoli territoriali orgogliosamente indette dal Pd all’inizio del corrente mese di Marzo, in ossequio al principio di democraticità di cui il partito stesso si fa paladino.

Un’altra cosa è certa, il Pd ha bisogno di denari, si è, infatti, appena aperta la campagna tesseramenti.

Comunque venendo ai nomi dei papabili, alcuni sono noti professionisti, altri già ricoprono o hanno ricoperto cariche importanti in ambito cittadino.

Ebbene, nell’ambito degli scenari che si potrebbero delineare, quello più interessante è quello che riguarda l’Avv. Paola Rosignoli, già, tra le altre cariche ricoperte, Difensore Civico del Comune di Siena, Consigliere delle Deputazione della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, ed infine Assessore alle pari Opportunità nella Giunta Ceccuzzi, ma soprattutto moglie del Prof. Avv. Fulvio Mancuso, coordinatore di Siena Cambia.

A questo punto sarà interessante vedere quale sarà la reazione del marito e del Valentini.

Qualora davvero l’Avv. Rosignoli dovesse essere indicato come candidato a Sindaco del Pd Senesota, Siena Cambia continuerà la sua guerra contro i mulini a vento ovvero il Partito verrà ricompattato ed il Valentini ricompensato per il suo “ritiro”?

A stretto giro vedremo quali saranno gli sviluppi della vicenda.

Maurizio Forzoni Movimento Civico Senese

SIENA VISTA CON I BELLISSIMI OCCHI NERI (MODESTAMENTE, I MIEI…) DEL SUD!

Quando mi chiedono perché ho scelto Siena come città in cui trascorrere i miei anni di vita universitaria, sento sempre una certa difficoltà nel rispondere.

‘L’hai scelta perché è una bella città?’ ‘L’hai scelta perché è una cittadina a misura d’uomo?’ ‘L’hai scelta perché la tua facoltà a Siena era a numero aperto?’ ‘L’hai scelta per caso?’

Ebbene, nessuna di queste domande retoriche hanno mai inquadrato una possibile mia risposta.

Siena la scelsi, ormai 7 anni fa, quale “ultima spiaggia”…

Avevo scelto come città universitaria la modernissima Milano e ho ancora nitido il ricordo di quando, dovendo salire a Milano dal mio piccolo paesino della Basilicata (regione che esiste, riprendendo Papaleo), feci sosta a Siena, perché qui studiava medicina mia sorella più grande.

In quell’occasione lei mi ripropose per l’ennesima volta di frequentare la facoltà di giurisprudenza a Siena, ne aveva sentito parlare bene, e la mia risposta fu ‘In questo villaggio può studiare una persona tranquilla come te, io sono fatta per una metropoli’.

La mia esperienza ‘metropolitana’ durò ben poco (tre mesi), ma Milano mi servì per capire che ero anch’io un’umana: per la prima volta capii che il mio sogno di fare carriera in una grande città era nulla in confronto alla mia voglia di poter esprimere i miei valori in una città più piccola in cui io non fossi solo una pedina frenetica sempre in corsa, ma una persona con tanta voglia di prendere tutte le mattine un caffè in un piccolo bar per scambiare due chiacchiere con altre persone, avendo il tempo di farmi fare non solo delle domande dall’interlocutore, ma anche di rispondere a queste, con la certezza che il mio amico del bar non fosse già andato via, già proiettato sulla metropolitana che di lì a pochi secondi avrebbe preso.

Così, decisi di prendermi del tempo per fare una scelta più oculata e, nel frattempo, per non perdere il primo anno di università, di trasferirmi a Siena per finire qui il primo anno di università e, poi, ritrasferirmi l’anno dopo in una città dove realmente volessi frequentare tutto il corso di studi.

Quanti anni sono passati e non parlo tanto a livello numerico, quanto piuttosto a livello di esperienze…

Entrata in città come ‘Pina’, ora la vivo come ‘Dott.ssa Gallotta’.

E dietro queste due diverse ‘denominazioni’ non c’è solo il passaggio del conseguimento di un titolo di laurea nella città del Palio, di quello te ne fai veramente poco se non è accompagnato da una serie di esperienze che ti formano così profondamente che senza di esse davvero non puoi dire di essere quella che sei.

Nella mia esperienza universitaria, Siena l’ho vissuta veramente poco, ma di questo me ne rendo conto solo ora.

Per me Siena erano i miei amici universitari (rigorosamente non di Siena e, ad oggi, non so dire con obiettività se per scelta dei senesi o per scelta di noi ‘stranieri’), i locali di Piazza del Campo frequentati rigorosamente tutti i venerdì e sabato sera e la domenica pomeriggio, i miei vicini di casa con cui non scambiavo più che un saluto e, poi, Siena rappresentava la tranquillità di vivere in una bella e rigogliosa città, di cui non avrei mai potuto neanche minimamente immaginare un possibile declino, neanche in uno solo dei settori che la componevano.

Ero felice che a Siena tutto era più ‘civile’ (oh, quasi mai sentito un clacson suonare se non in caso di ‘imminente pericolo’ – giù da me, questa cosa l’avevo vista sì, ma solo scritta sul libro da studiare per passare l’esame di teoria della patente- !), tutto apparentemente funzionava in un armonico disegno realizzato da altri e in cui io non ci avevo messo assolutamente nulla di mio: un bellissimo puzzle, insomma, dove ogni pezzo era messo al posto giusto e a me, quindi, non restava che ammirarlo.

Ho frequentato il mio corso di studi con una certa tranquillità e una certa serenità e, così, fino alla laurea, con una tesi in diritto tributario (che, forse, era la branca del diritto che trovava meno applicazione a Siena, giusto a dimostrazione di quanto avessi capito della città!).

A questo punto, il passaggio essenziale.

Molti dei tuoi amici ‘terroni’ (potrei chiamarli del Sud, ma li priverei di quel bellissimo richiamo che tale espressione racchiude: il legame con la terra), che da colleghi universitari sono diventati compagni di vita, sono tornati nella loro terra d’origine, altri sono andati a vivere in altre città; non c’è più l’appuntamento fisso nella città di Siena con le lezioni e gli esami e sei liberissimo di andare dove vuoi…

Sono rimasta ancora una volta qui e, ancora una volta, senza che ciò fosse in apparenza il frutto di una scelta (restare a Siena sì o restare a Siena no); mi sembrava di restare a Siena temporeggiando nell’attesa di una vera scelta.

Che tragedia per chi, come me, non è fatalista, ma individualista.

Solo dopo avrei capito che ogni non scelta è, in realtà, essa stessa una scelta.

Così mi ritrovavo di fronte ad una città fatta da persone che non potrei definire ‘ospitanti’ – si badi, diverso da ospitali- (da noi, lì in terra di Sud, l’ospite non paga un canone di locazione, non va a fare la spesa e non cucina perché è sempre a pranzo da qualcuno, non va alle riunioni di condominio etc…), ma che, comunque, mi ospitava essa stessa.

Mai nessuna pietra o muro di Siena si era mai rivoltato impedendomi di battere piede in questa città.

Eppure qualcosa mi mancava.

Capisci cosa è Siena solo se la guardi attraverso (e non ho detto con) gli occhi di un senese.

Ho iniziato a frequentare, senza quasi accorgermene, i senesi e ho capito quanto fossero legati alle loro tradizioni, alla loro terra, alle loro istituzioni.

‘Legati alle loro tradizioni, alla loro terra, alle loro istituzioni’, ma sono qualità che sto riferendo ai cari senesi o ai miei cari lucani? A entrambi, la natura umana è proprio simile al Sud, al centro e al Nord!

Così Siena è piano, piano diventata lo stupendo volto di mia nipote nata a Siena; il mio vicino con cui non scambio più educatamente solo il saluto, ma che mi dà la sua prima copia di una poesia scritta in senese, raccomandandomi di non rovinare l’umile fogliettino su cui l’ha scritta; il mio ‘Maestro’ di pratica che, dal primo giorno in cui ho iniziato a fare la pratica forense, tutti i giorni, immancabilmente, proprio come si fa da noi, mi ha offerto il caffè, zuccherato con consigli di vita e professionali; il barista che parla sempre di contrada; il solito benzinaio che ogni volta che mi lava i vetri mi dice che di lì a poco pioverà in città…

‘E le differenze’ – mi si potrebbe chiedere- ‘non le vedi più?’

Certo che le vedo, le vedo e le sento ogni volta che un cittadino senese non pronuncia la ‘c’, così come un senese vede e sente la differenza rispetto a me ogni volta che io, alla domanda ‘Com’è?’ , rispondo ‘Bene’ con tre ‘b’.

Non c’è più un meglio e un peggio, ma una differenza di fronte ad un’altra differenza.

Che si fa? Tre le strade prospettabili: tanto io, quanto il senese, continuiamo a camminare sulla stessa terra senese, ma indifferenti l’uno all’altro; io cerco di distruggere la senesità, il senese cerca di distruggere la mia lucanità (o il lucano, così come ogni altro non senese, si auto-distrugge, appiattendo la sua diversità, piangendo al Palio o aspirando la ‘c’ più dei senesi); o ognuno mantiene la sua diversità, facendone motivo di scambio.

Bene, io ho scelto quest’ultima strada e ho iniziato ad affezionarmi anch’io alla città, continuando, contemporaneamente, ad amare la mia cittadella di origine.

Ho iniziato a guardare Siena attraverso gli occhi dei senesi, ma con i miei occhi neri del Sud: che prospettiva spettacolare!

Paradossalmente, mi ripeto spesso in questi giorni, mi sono affezionata alla città proprio poco prima di questo tragico momento che sta vivendo; è stato un amore crudele, un amore nato per poi farmi dispiacere delle tristi vicende di cronaca senese.

Un altro pensiero è in me ricorrente ultimamente.

Se prima di questi tragici eventi avessi dovuto descrivere cosa fosse Siena, non ci sarei riuscita e, poi, come per il concetto di salute che non si riesce a definire fino a quando non sorge una malattia, ho capito che Siena era proprio quell’insieme di istituzioni che, poi, sono via via cadute una dopo l’altra.

L’importanza di una fondazione, l’importanza di un’università fino a poco tempo fa fiore all’occhiello degli atenei italiani, tutte cose che ho capito solo a posteriori purtroppo.

La tragedia, però, non deve lasciare inermi.

Siena, in questo momento, è un po’ come quelle madri che, quando diventano anziane, richiedono l’attenzione di cui necessitano i figli.

Io, non di Siena, la prenderò come figlia adottiva, insieme alla mia figlia naturale Basilicata.

Pina Gallotta

Caro abitazioni: un problema da affrontare e risolvere

Nel corso della nostra iniziativa sull’edilizia del 5 marzo scorso è stato in più interventi evidenziato l’elevato prezzo di vendita delle abitazioni nella nostra città e le conseguenze negative che ciò comporta in termini sociali soprattutto per le giovani coppie.

Una recente ricerca di Immobiliare.it ha confermato questo dato allarmante.

Lo studio colloca Siena al 3° posto assoluto in campo nazionale per quanto concerne il caro abitazioni con una media di 4.175 euro al mq, subito dopo Venezia (seconda con 4.330 euro al mq) e Roma (prima con 4.742 euro al mq).

In un contesto di recessione economica come quello attuale, mantenere alti i prezzi delle abitazioni significa far ristagnare le vendite e continuare ad allontanare dalla città le nuove generazioni. L’allontanamento dei senesi verso altri comuni nei quali l’acquisto di una abitazione è più accessibile, produce minori entrate per le casse comunali e, quindi, meno risorse per il territorio e meno servizi per i cittadini.

La diminuzione di residenti comporta  anche una minore circolazione di denaro e di risorse ed un generalizzato ristagno dell’economia.

E’, quindi, evidente l’urgenza di pensare in modo compiuto a nuove azioni finalizzate a colpire la rendita e favorire lo sviluppo.

Il progetto di social housing presentato nella nostra iniziativa del 5 marzo può rappresentare un esempio efficace, ma occorre anche aprire una riflessione in sede politica sull’opportunità di ampliare il territorio cittadino attraverso la fusione con quei comuni contermini che, di fatto, per storia e popolazione rappresentano una sorta di estensione della nostra città.

Giuseppe Giordano      Movimento Civico Senese

Bandini sulla Fondazione Mps: ‘L’attuale deputazione non ha la necessaria autorevolezza per modificare lo statuto”

Negli ultimi giorni la cronaca locale è stata affollata da valutazioni e prese di posizione sulla revisione dello statuto della Fondazione MpS ed a tal riguardo desidero fare alcune considerazioni.

La prima riguarda la scarsa autorevolezza dell’organo proponente, ossia la deputazione in carica che nulla ha fatto per preservare una istituzione patrimonio della città e che proprio per questo non riteniamo legittimata ad operare una scelta così delicata.

Ancora più paradossale sarebbe l’approvazione del nuovo statuto da parte di un Comune commissariato: la città merita un più ampio coinvolgimento!

Dalle notizie giornalistiche non è poi emerso se la deputazione della Fondazione MpS abbia preso in considerazione un argomento specifico, ovvero quello riguardante gli emolumenti. Questi ultimi,  a mio avviso, dovrebbero essere eliminati per la deputazione generale ritenendola nomina onorifica e drasticamente limitati per l’organo esecutivo con la previsione di un compenso fisso e la abolizione dei gettoni di presenza e delle diarie.

So bene che tale argomento è di competenza della Deputazione Generale, ma ritengo che in un momento in cui si parla in modo ricorrente di spending review e nel quale vengono chiesti sacrifici a tanti e soprattutto ai più deboli, la sua trattazione dovrebbe essere affrontata direttamente dallo statuto.

Per quanto riguarda la composizione della Deputazione Generale, non sono per niente convinto che solo la metà dei membri debba essere nominata scegliendo tra soggetti appartenenti agli enti locali territoriali. Il patrimonio della Fondazione appartiene alla collettività senese nel suo complesso e non appare giustificato uno ‘spacchettamento’ della rappresentanza a favore di songoli raggruppamenti della società senese.

Secondo logica sarebbe sicuramente consigliabile assegnare le nomine ad un organo che rappresenta tutta la collettività cittadina come il Consiglio Comunale, ma sono consapevole che a tal proposito necessitano approfondimenti sui compiti del Consiglio comunale in relazione alle limitazioni imposte dalla normativa di settore.

In alternativa potremmo pensare ad una elezione di tipo popolare (comunale e provinciale) ed alla esclusione di rappresentanze regionali che nulla hanno a che fare con il patrimonio della Fondazione.

Sarebbe, inoltre, utile prevedere una rappresentanza (se pur minoritaria) da parte di voglia contribuire patrimonialmente  attraverso donazioni alla Fondazione stessa.

Una considerazione finale sulla notizia secondo la quale non sarebbe più garantita la presenza a Siena della Direzione Generale della Banca. Credo che questa sia la logica conseguenza di ciò che è avvenuto. Oggi la città non detiene più la maggioranza assoluta e forse domani non avrà più neppure quella di riferimento. Ciò per responsabilità e colpa dell’attuale gestione che, invece di difendere il patrimonio della Fondazione, si è dimostrata molto più interessata a tutelare le posizioni di potere del gruppo politico di riferimento.

Massimo Bandini    Movimento Civico Senese

NERI E BARICENTRO SULL’UNIVERSITÀ: “GLI ANTIDOTI ERANO A PORTATA DI MANO”

Il pronunciamento della Corte dei Conti sullo stato dei bilanci dell’Università di Siena sta avendo forte impatto sulla coscienza collettiva. A livello informativo, come ha espressamente affermato il Rettore Riccaboni, aggiunge poco o nulla alla situazione già nota. Tuttavia, la posizione della Corte dei Conti è stata utile e necessaria a mettere ancora più in risalto quanto “indicato dal Collegio dei Revisori dei Conti dell’Ateneo nell’esprimere il parere obbligatorio al bilancio 2013”.

BILANCI 2011 E 2012: IL PASSIVO AUMENTA. La Corte dei Conti ha certificato al di là di ogni possibile dubbio che negli esercizi 2011 e 2012 i bilanci dell’Università hanno conosciuto una crescita del deficit rispettivamente di 8,1 e 6 milioni di euro. In altre parole, dopo la voragine nei conti scoperta nel 2008, l’Ateneo ha continuato a produrre debito nonostante da MPS giungessero dagli 8 ai 9 milioni annui.

LA MANCANZA DI RIMEDI PREVENTIVI. Tuttavia, prima di lasciar scivolare l’Università verso un iter fatto di enormi sacrifici per i lavoratori, gli organi amministratori avrebbero potuto prendere spunto dai contenuti del Decreto Legislativo n. 199/2011. E’ la norma che disciplina la redazione del piano di rientro. Non parla solo di mobilità coatta per il personale non docente, scenario che adesso preoccupa decine di lavoratori Unisi, ma impone anche di valutare l’opportunità di corrispondere o meno la retribuzione di risultato ai dirigenti. Inoltre, la legge prevede anche la “revisione e razionalizzazione dell’offerta formativa e delle sedi universitarie decentrate, anche attraverso processi di mobilità sia  dei  professori  e  ricercatori,  sia  del   personale   tecnico-amministrativo”. In altre parole, gli amministratori dell’Ateneo avrebbero potuto prendere spunto dalle indicazioni contenute nella procedura di dissesto prima di giungere all’avvio d’ufficio della procedura stessa. Come è stato affrontato il problema strutturale principale che è il personale? Ci sono state iniziative concrete per agevolare la mobilità volontaria verso altri Enti con azioni incentivanti riguardanti tutto il Personale compreso quello docente? E’ infatti, conoscenza diffusa di come alcuni insegnamenti non siano più giustificabili in rapporto ai numeri in calo degli studenti iscritti. E’ evidente che affrontare il problema della mobilità in tempo utile sarebbe stata un’equa strada da seguire. Soprattutto sapendo che, di fronte ad una imposizione di Legge, il rischio che i sacrifici ricadano sui soggetti più deboli è scontato, come abbiamo visto con la Cooperativa Sociale di Solidarietà.

I CONTRATTI CON PERSONALE ESTERNO. Un altro spunto chiave da trarre dall’art. 8 del Decreto Legislativo n. 199/2011 riguarda i contratti stipulati dall’Università con docenti esterni. Si legge nel testo: “razionalizzazione degli insegnamenti  previsti  nell’offerta formativa dell’ateneo con pieno utilizzo  del  personale  docente  in servizio e senza oneri aggiuntivi  rispetto  al  normale  trattamento stipendiale  limitando,   altresì,   l’attribuzione   di   contratti d’insegnamento retribuiti  a  personale  non  appartenente  ai  ruoli dell’ateneo ai soli casi essenziali  al  regolare  svolgimento  delle attività didattiche”. Peccato che, come rilevato dalla Corte dei Conti, “nel 2011 la spesa per contratti di prestazione d’opera è passata da una previsione iniziale di 842 mila euro ad un importo effettivo di 3,153 milioni (+274%)”. Su questa voce, rilevano i magistrati, “appare necessario monitorare la voce degli incarichi esterni”.

RIDUZIONE DEI COMPENSI. Infine l’ultimo e spinoso problema. Nel pluricitato Decreto Legislativo n. 199/2011 è compresa anche un’altra indicazione, ovvero la “riduzione  di  compensi,  gettoni, retribuzioni  o  altre utilità ai componenti  del  consiglio  di  amministrazione  e  degli organi  collegiali comunque  denominati”. Tutti spunti, quelli estrapolati dalla normativa sul dissesto, che avrebbero potuto evitare l’aggravarsi della situazione dei bilanci dell’Università. Sarebbe stata buona norma dare l’esempio eliminando l’indennità prevista per il Rettore (istituita dalla fine degli anni 90) e ridurre considerevolmente il compenso per il Direttore Amministrativo (oggi al massimo previsto dalla Legge).

Questi provvedimenti, lo ricordiamo, sono contenuti nella legge che disciplina la redazione del piano di rientro. Quindi saranno avviati d’ufficio qualora la Corte dei Conti rilevi il dissesto dell’Ateneo. Tuttavia, avrebbero potuto costituire una cura ai bilanci già malati dell’Università di Siena, scongiurando così certamente l’avvio della procedura di dissesto.

Non vogliamo mettere in dubbio la buona volontà nelle azioni intraprese fino ad oggi. Tuttavia, adesso è indispensabile agire con maggiore coraggio e con il coinvolgimento consapevole di tutto l’Ateneo per conformare nuovamente la nostra Università all’immagine che possedeva in campo nazionale ed internazionale. Un prestigio ancora vivo, anche se minacciato dal dissesto, grazie al valore del lavoro svolto in questi ultimi anni difficili. Il fattore tempo è la chiave per disinnescare i rischi di ulteriore degenerazione e per non sprecare altre occasioni.

Eugenio Neri 

Baricentro Civico

Riceviamo e pubblichiamo:

UNA CITTÀ FEROCE

La notizia della morte di David Rossi, della tragedia di un uomo ormai solo consumata in un cortile oscuro della banca MPS, ci spinge ad alcune considerazioni che vanno al di là del dolore inevitabile di fronte ad un gesto immenso che scuote la città fin nelle viscere.

La tragicità del gesto ed il mistero della morte che trascende ogni destino, ci impongono innanzitutto il rispetto e di sospendere ogni giudizio su un uomo che ha avuto un ruolo di rilievo in una storia che ha mutato per sempre il futuro della nostra città.

Quello sul quale vogliamo riflettere è un gesto che nega la speranza e quella stessa pietas che è stato elemento caratterizzante della nostra storia civile, a volte violenta, dura e intransigente ma che mai negava la speranza

Finché c’è vita c’è speranza è un antico adagio che significa anche il contrario, ovvero che finché c’è la speranza c’è la vita.

La mancanza di speranza  che caratterizza la società contemporanea compromette anche la speranza di vita.

Questa morte assurda fa il paio con le monetine lanciate contro Mussari e ci dicono come il sistema Siena, al di là dei suoi dissesti finanziari, sia tuttora vivo con i suoi valori implacabili, feroci e disumani perché non fa differenza se le folle, un tempo osannanti, si sono trasformate in folle di giustizieri

C’è la casta degli eletti e chi cade e chi è fuori sono civilmente morti, in una società dove il potere è la misura del successo e dove il successo si conquista con la furbizia e mai con il merito, che è sacrificio e sobrietà di comportamenti e sopratutto consapevolezza dei propri limiti e delle proprie debolezze.

Questa città è diventata l’emblema di una nazione, il luogo dove ogni vizio diventa metafora di un potere fine a se stesso, non più a servizio della comunità e che diventa arroganza cialtrona ed autoreferenziale e dove per chi cade non c’è pietà ne possibilità di riscatto.

Gli amici di ieri diventano nemici da odiare e da distruggere e la collusione diventa modello di vita, tollerato e meritevole di rispetto.

La smorfia che deforma il volto di Mussari e questa morte tragica possano insegnarci l’assurdità di un modus vivendi che è diventato costume in questa città, oggi purtroppo fatta di mediocrità e dove il malessere sociale sta montando a livelli finora mai immaginati.

I risultati delle recenti elezioni annunciano l’avvento di nuovi scenari, forse contraddittori ma estremamente chiari nelle istanze di rinnovamento indicate dai cittadini, delineando il tramonto di un epoca e affidando alla Storia personaggi e attori della commedia italiana.

A Siena tale tramonto materializza la fine di un mondo che non riesce a sopravvivere a se stesso perché si è dimenticato di guardarsi intorno, compiacendosi nel credere di essere immortale e che nulla e nessuno lo avrebbe sconfitto.

Un mondo che non ha avuto coscienza del tempo e che la sconfitta sarebbe nata dal proprio interno

Quando verità e responsabilità saranno venute a galla e saranno scomparsi gli ultimi giapponesi di una stagione politica non più proponibile, sarà necessario oltrepassare lo spirito di rivalsa per ritrovare un costume comune più civile e più umano, fondato sul merito, sull’etica del sacrificio e di un rinnovato patriottismo civico, che sappia recuperare l’antica pietas e i valori di solidarietà un tempo connaturati alla nostra comunità civica.

Agostino Milani